La mia giovane vecchiaia

Classe 1930, vivo questa mia parte dell’Arco della Vita, con entusiasmo, impeto vitale e gioia, quella gioia che è racchiusa nello stesso atto di vivere (Rolando Toro, il creatore del sistema Biodanza dice: “L’atto di vivere è in sé gioioso”).
Anni fa leggevo un libro, autore Piero Scanziani, “Come vivere 5 volte vent’anni”, dove centenari dei diversi continenti raccontavano di sé. Ora io mi accingo a vivere per la quinta volta, i miei vent’anni, con tanta vitalità e tanta voglia di fare.
In queste poche note affronto il tema del Convegno dal punto di vista del soggetto, come egli si vede quando raggiunge una certa età o vi è prossimo, e cosa fa col pensare, sentire, agire, per vedersi così.
Un’ovvia premessa: ogni cosa, organica od inorganica che sia, è soggetta, tutti lo sanno, ad un processo che la porta dalla sua esistenza alla sua “vecchiaia” ed alla morte. L’uomo non fa eccezione, anch’egli ha un “tempo” che gli è dato, il quale varia per una serie numerosa di fattori che non esamino in questa sede. Vedremo comunque che molti di questi fattori dipendono da lui.
Peraltro, il semplice, naturale e del tutto sano, processo di invecchiamento fisiologico è stato, talvolta, e viene spesso visto e trattato, come una patologia.
È un’idea diffusa, che finisce per condizionare il soggetto stesso, la persona d’età. Un concetto molto datato: Terenzio, scrittore latino del II secolo a.C., fa dire ad un personaggio di una sua commedia: “senectus ipsa est morbus”, e questa sentenza è diventata un classico per oltre due millenni. Siamo in molti a non essere d’accordo con Terenzio. Al contrario, abbiamo un Marco Tullio Cicerone che, poco prima di morire, nel “De senectute”, in forma di dialogo tra Catone “maior” e due giovani romani, avverte che l’anziano non deve abbattersi per il peso degli anni, perché ci si può sempre rendere utili quando si è depositari di un patrimonio di conoscenza e di abilità che non può non essere utile alle generazioni future; e sottolinea l’importanza di coltivare molti interessi; egli cita tra gli altri Solone che nei suoi versi si vanta di invecchiare imparando ogni giorno qualcosa. Così Seneca, nelle “Lettere a Lucilio”, dice: “Facciamo buona accoglienza alla vecchiaia, teniamola cara; essa è prodiga di doni, se sappiamo trarne profitto”.
Dopo molti secoli, tuttavia, i pregiudizi sulla vecchiaia continuano; tra questi, i più comuni sono che “le persone anziane siano sempre malate, invalide, povere, infelici, insofferenti, poco intelligenti (sic!), contrarie ai cambiamenti, non interessate al sesso, prive di soddisfazioni, e via dicendo” [1]. In altre parole “la concezione della vecchiaia associata alla disabilità, alla malattia, alla morte … stereotipi e pregiudizi della nostra cultura che hanno della ripercussioni sul modo di pensare” [2].
E questo diffuso stereotipo “vecchio= malato” condiziona il pensiero, e l’agire, del soggetto, il quale si vede come gli altri lo vedono, malato, inutile, di peso, debole, qualche volta depresso; e allora rinuncia: ma è una rinuncia a vivere, questa se mai è la vera malattia, una malattia non necessaria.
Allora, vediamo un po’ meglio come potremmo “non rinunciare” alla vita.
Intanto, diciamo che invecchiare significa in sostanza vivere: chi invecchia vuol dire che è vissuto e continua a vivere. Oscar Wilde diceva “Invecchiare non è certo una gran bella cosa…, ma è l’unico mezzo per vivere a lungo!”. Io non sono molto d’accordo con Oscar Wilde, sia sui mezzi, che possono essere più d’uno, sia sulla qualità; invecchiare può essere “una bella cosa”, se riusciamo a mantenere una qualità della vita adeguata. Invero, è, questo della maturità, un momento importante, in cui abbiamo la lucidità necessaria per scoprire il significato profondo della vita, con una percezione più sensibile e trascendente della vita stessa; ed anche un momento per dedicarci a noi stessi ed alle cose che ci appassionano; un momento di maggior stabilità emozionale, in cui possiamo guardare il mondo con minor ansietà e maggior “filosofia”.
Per onestà, va detto che ci sono, e non possono non essere tenute in conto e curate, le grandi malattie che, specie oggi, colpiscono i soggetti di ogni età, ma in modo specifico gli anziani, sia per patologie tipiche, sia per la diminuita efficienza del sistema immunitario.
Ma ci sono anche gli “acciacchi”: un po’ di stanchezza e fatica nelle attività fisiche, persino camminare, un dolore al collo e alla schiena in più, un po’ di artrosi e dolori vari, vertigine, difficoltà al mattino a “partire”; orbene, questi non dovrebbero essere visti dal soggetto come “patologie”, ma, come dicono gli americani, “multiple sensory defects”, cioè piccoli deficit sensoriali che si accompagnano, per natura, a quelle nostre numerose “primavere” (gli inglesi dicono “gli inverni”), e che si combattono non tanto coi farmaci (salvo precise prescrizioni mediche), ma con quattro buoni strumenti: conoscenza (leggere, interessarsi di tutto, studiare e ristudiare le nostre materie preferite, ecc. …), esercizio fisico e mentale, pazienza (molto legata alla creatività, cioè alla capacità di accettare, ed adattarsi ai cambiamenti, e cambiare noi stessi); e buon umore. Quest’ultimo specialmente ha un’importanza fondamentale; un alto livello del proprio umore endogeno trasmette vitalità e vita a se stessi e a chi ci sta attorno; quindi, entusiasmo da avere e da trasmettere (anche ai giovani); scrive una mia allieva: “la vitalità è contagiosa, una sorta di tesoro di energia che si trasmette da una persona all’altra”; ma va cercata, trovata e coltivata.
Osserva Cristina Barbera, docente al corso di Scienze Motorie dell’Università di Genova, fondatrice (oltre 20 anni fa) e Presidente della ”Associazione Anziani Oggi– Argento Vivo”: “l’entusiasmo e la vitalità intellettiva e motoria non hanno età”, ed ancora “ l’anziano di oggi è un anziano impegnato, che frequenta l’Università della terza età, che viaggia, che ha interessi culturali, ed è spesso di supporto ai figli (io aggiungo anche ai nipoti) nella gestione delle loro famiglie” [3]. L’autrice cita anche, ivi, Marcello Cesa-Bianchi (ordinario di Psicologia e Direttore dell’Istituto di Psicologia, Facoltà di Medicina, Università di Milano)” in “Giovani per sempre? L’arte di invecchiare”, Ed. Laterza, Roma, 2000: L’anziano “continua a crescere sul piano della fiducia in sé, della comprensione di se stesso e degli altri, di conoscenze intellettuali e di giudizio. In pratica non si finisce mai di ‘maturare’”.
Altrove, Cesa-Bianchi ebbe a sottolineare: “La modalità di invecchiamento non può prescindere dalla personalità e dalle esperienze; la vecchiaia rappresenta la sintesi del significato dell’esistenza: è nella vecchiaia che si può raggiungere la saggezza” (riportato in www.benessere.com/psicologia/arg00/invecchiamento.htm).
Dalla stessa citazione riporto che “L’invecchiamento è un processo che interessa tutti gli organismi viventi e che comporta modificazioni biologiche” che nell’uomo, dopo i 30 anni “sono seguite da un processo di adattamento psicofisico … Tuttavia la vecchiaia può assumere un significato positivo e può essere vissuta nel modo giusto … Non è soltanto il momento della saggezza, può essere anche quello della creatività”.
In tutto questo c’entra lo stile di vita personale: si tratta di subire oppure di vivere la vita. Ci vuole, è vero, un po’ di coraggio.
Elementi fondamentali per un “successful aging” sono: la comunicazione, e quindi le relazioni interpersonali che permettono una vita sociale (e possibilmente mantenere le capacità percettive e di memoria). La motivazione che, a tutte le età, è la spinta propulsiva fondamentale del comportamento; e di conseguenza, l’affettività, cioè il riconoscimento del valore dell’anziano all’interno del nucleo sociale in cui vive; in particolare, la volontà di vita dell’anziano, per essere mantenuta, necessita dell’affetto dei propri cari, degli amici, di chi gli sta attorno, che così affermano l’importanza della sua esistenza.
P.B. Baltes, psicologo, premesso che l’anziano, per affrontare serenamente il processo di invecchiamento, deve sviluppare la capacità di reagire al proprio declino biologico a favore del proprio progresso psichico, precisa che con l’invecchiamento si ha il mantenimento della propria immagine. Il che significa che “il nostro sé è capace di crescere e di ricostruirsi nel tempo … Autostima, fiducia nella propria competenza, senso di controllo delle proprie azioni e dell’ambiente, aiutano a costruire un’immagine positiva di sé e quindi a vivere più serenamente” [4].
Altro elemento importante è la creatività: l’anziano ha un patrimonio di riserve latenti. Nell’invecchiamento molte capacità sono di riserva e possono essere sviluppate con l’allenamento [5]: mantenere intatti interessi e attività legati a vecchi o a nuovi ruoli, per mantenere un senso positivo del vivere; una creatività che può manifestarsi tanto nelle piccole azioni quotidiane, quanto in decisioni ed iniziative importanti, come ad esempio, al termine dell’attività lavorativa, quindi nell’età della pensione, cominciare una nuova attività; cito il mio esempio, dopo oltre 50 anni di professione, ne ho cominciato un’altra, quella di insegnante di Biodanza, dove, oltretutto, si mantengono quelle relazioni interpersonali così importanti, e si può dar molto della saggezza maturata, e ricevere molto dagli allievi.
Per concludere queste brevi note, la vita, per sua natura, vuole vivere, non può far altro che volerlo, e la vita dell’anziano ne è un formidabile esempio.

Note
[1] Giuliana Proietti, “Come invecchiare bene e più tardi possibile”, Padova, Ed. MEB, 1998.
[2] Cristina Barbera, “Argento Vivo – Il movimento come nuova dimensione di vita dell’anziano”, Genova, Il Libraccio Editore, 2004.
[3] Ivi, p. 19
[4] Ivi, p. 28.
[5] Ivi, p. 26.

Donato Colamartino
Insegnante titolare di Biodanza
Docente alla “Scuola di Biodanza-Sistema Rolando Toro della Liguria”
Vicepresidente della Associazione Biodanza Italia

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Donato Colamartino
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